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STEFANO BARONI: AL GIOCO DELLA MUSICA VINCE CHI ARRIVA INSIEME!

Oggi abbiamo il grandissimo piacere di avere con noi Stefano Baroni, un esperto di pedagogia musicale e di body-music. Buongiorno Stefano, le andrebbe di presentarsi ai nostri lettori?

Ciao e grazie mille per avermi dedicato questo spazio! Mi piace definirmi un Learning Facilitator, un facilitatore dell’apprendimento che utilizza la musica come strumento per sviluppare competenze di vario tipo (anche non squisitamente musicali), per esprimersi e creare relazioni positive. Ad un certo punto del mio percorso di crescita musicale ed umana ho scoperto che quello che mi riusciva meglio e che mi rendeva felice non era tanto “suonare per le persone” ma “far suonare le persone” coinvolgendole attivamente in esperienze che le aiutassero a migliorarsi imparando cose nuove, ad esprimere e sviluppare la propria musicalità, a lavorare sull’ascolto di sè e degli altri e sulla comunicazione non verbale.

Per citare una famosa canzone mi definirei un “ragazzo fortunato” perché ho realizzato il mio sogno nel cassetto: vivere la musica, vivere di musica. Sin da piccolo la rigidità della didattica musicale accademica mi soffocava, ero invece profondamente attratto dal forte legame tra l’umano e il musicale; il pianoforte era soprattutto un mezzo per comunicare, per raccontare storie, per dare una forma concreta alle emozioni, per modularle. Da adolescente mi sono innamorato della chitarra e successivamente del jazz studiando improvvisazione con Ramberto Ciammarughi una volta terminato il mio percorso universitario. Mi sono laureato in ingegneria meccanica e anche se a lungo ho pensato di aver buttato anni preziosi ho capito col tempo che anche questa formazione mi sta tornando utile per vari motivi:

  • Per la forma mentis: la capacità analitica nell’approccio alla didattica musicale
  • Per l’esperienza in sè e in relazione al mio lavoro odierno: mi serve a ricordare che nella vita come nel lavoro non necessariamente per andare da un punto A ad un punto B la linea retta è il percorso migliore; ogni essere umano è differente ed apprende in maniera differente, sviluppa soluzioni e strategie diversi ai problemi che la vita le/gli pone quando va oltre la propria zona di comfort. Questa metafora è incentivante anche dal punto di vista professionale e pedagogico in quanto mi spinge a creare contesti didattici personalizzati in cui ogni bambino o adulto col quale lavoro possa trovare liberamente le sue soluzioni per arrivare all’obiettivo, contesti in cui gli errori non abbiano un’accezione negativa ma siano solo visti come importanti momenti d’apprendimento.

Per quasi dieci anni ho lavorato come ingegnere, insegnante, formatore nelle aziende e nel frattempo ho iniziato a seguire vari corsi in Italia ed Europa e a studiare qualsiasi cosa m’incuriosisse che ruotasse intorno alla musica: ho studiato Musicoterapia ad Assisi, didattica musicale Orff-Schulwerk a Roma, seguito seminari e workshops di Body Music, Circle Singing, Drum Circle e tanto altro.

Nel 2012 mi sono innamorato del circlesinging seguendo un workshop di Albert Hera a Biella, una folgorazione umana e professionale che dopo qualche anno si è trasformata anche in una meravigliosa collaborazione per le prime due edizioni del CircleLandCamp.

Dal 2015 ho abbandonato per sempre l’ingegneria deciso a portare avanti solo ciò che mi nutriva veramente. Il mio lavoro mi sta portando soprattutto nelle scuole per sviluppare percorsi didattici incentrati sulla body music e nelle scuole di musica/musicoterapia, associazioni private, conservatori ed altri enti pubblici in giro per l’Italia per condurre workshops di formazione per insegnanti, educatrici/tori, musicoterapisti, ecc. Inoltre collaboro con vari cori e associazioni per concerti ed eventi musicali nei teatri e nelle piazze. Negli ultimi anni ho iniziato a formarmi anche come facilitatore di Drum Circle con Arthur Hull e sto portando cerchi di tamburi nelle scuole, nei centri di salute mentale, nei centri di detenzione, nelle aziende (eventi e team building), nelle piazze (eventi e community building).

Sono fortunato perché ho incontrato persone incredibili che mi hanno incoraggiato e con il loro esempio mi hanno guidato a trovare questa mia strada così particolare.

Il primo tra queste persone incredibili è stato Paolo Cerlati, musicista e musicoterapista ma soprattutto essere umano illuminato che un giorno di quasi dieci anni fa mi disse una frase che avrebbe cambiato il corso della mia esistenza e che è diventata il paradigma della mia vita spingendomi verso la dimensione circolare e inclusiva della musica:

“Al gioco della Musica vince chi arriva insieme”

In questa frase ci sono due concetti chiave per me; il primo è legato all’aspetto pedagogico: la musica è un gioco, un gioco serissimo ma che deve divertirci e darci emozioni. Il secondo concetto è legato alla relazione: si vince se si arriva insieme, la musica è uno strumento che unisce, che ci spinge ad ascoltare l’altro piuttosto che a metterci in competizione. Gioco (e dunque divertimento) e relazione sono elementi fondamentali alla base dell’apprendimento e credo che un bravo educatore non dovrebbe mai scordarlo.

Com’è iniziato il suo percorso e la sua passione per la pedagogia musicale e poi per la body-percussion?

Negli ultimi 10 anni la mia vita è stata un susseguirsi di esperienze in cui la musica è stata il filo conduttore. Nel 2008 mi sono iscritto alla scuola di Musicoterapia di Assisi dove ho incontrato Paolo Cerlati ed Enrico Strobino che sono state le prime due persone a cambiarmi la vita mostrandomi un altro modo di concepire la musica. Enrico, che è uno dei più bravi didatti in ambito musicale in Italia, è stato il primo a parlarmi di body percussion. Nel 2009 dopo aver seguito un workshop residenziale condotto da Paolo Cerlati dal titolo profetico “Paesaggi di Musiche e Relazioni” in un antico monastero trappista sulle montagne sopra Biella, ho scoperto l’esistenza dell’Orff-Schulwerk, una linea pedagogica in cui l’apprendimento parte dall’esperienza pratica e il gioco musicale è considerato una cosa serissima. Così ho iniziato a seguire i corsi di didattica musicale dell’Orff-Schulwerk Italiano venendo in contatto tra gli altri con Giovanni Piazza, il maestro dei maestri che per primo ha portato questa metodologia in Italia, e Ciro Paduano che da anni lavora con la Body Percussion nel mondo della didattica Orff. Con Ciro è nata una profonda amicizia e anche la mia prima importante collaborazione che è sfociata in una serie di seminari condivisi e in una pubblicazione (QUESTIONI DI… STILE – Ascolto attivo con la body percussion, OSI-LILIUM 2014). Nel tempo ho seguito (e continuo a seguire) seminari con i più importanti esperti di body percussion come Keith Terry, Charles Raszl (Barbatuques), Pedro Consorte (Stomp), tanto per citarne alcuni. Dal 2015 ad oggi ho fatto formazione sulla Body Music a più di 1600 persone, ho tenuto laboratori per migliaia di bambini e ragazzi nelle scuole e ho fatto suonare e cantare piazze e teatri; tutto ciò è un grande incentivo ad andare sempre oltre se stessi. Credo fermamente che un insegnante debba continuamente evolversi, ricercare, lavorare ai confini della propria zona di comfort per essere un moltiplicatore di energia positiva e trasmettere passione oltre che portare contenuti ed aiutare le persone a sviluppare competenze.

Qual è il suo modo di insegnare la body-percussion e qual è il ruolo della voce in questo processo?

Voce e Corpo sono sempre stati nella storia dell’uomo due strumenti (ma forse sarebbe più corretto parlare di uno strumento unico) privilegiati di espressione personale e comunicazione. La body music è una pratica incredibilmente utile per sviluppare competenze lavorando sulla coordinazione, sul linguaggio, sulla concentrazione, sulla memoria, sull’espressione personale e sulle relazioni mettendo in moto tutte le intelligenze: musicale, linguistica, corporeo-cinestetica, visivo-spaziale, logico-matematica, intrapersonale e interpersonale.

Mi piace parlare più di body music che di body percussion proprio perché la voce ha un ruolo fondamentale sia come strumento privilegiato di comunicazione, sia unita alle potenzialità espressive del corpo permettendoci di creare melodia, armonia, ritmo, movimento, che nei processi di apprendimento della parte ritmica corporea.

Quando costruisco percorsi didattici cerco sempre di tenere in mente le linee guida della metodologia Orff-Schulwerk: partire sempre dall’esperienza per andare verso la concettualizzazione, partire dall’imitazione per andare verso la creazione personale, andare dal semplice al complesso, dall’esplorazione all’improvvisazione, ragionare sempre in termine di processo e mai di prodotto.

Una delle linee guida fondamentali dello Schulwerk è il percorso voce -> corpo -> strumento;

Un percorso fondamentale che parte da dentro, dall’idea della musica, dal pensiero musicale che diventa forma sonora prima di tutto attraverso la voce, attraverso sillabe associate ai gesti-suoni. Quest’idea ritmico/melodica cantata acquisisce poi sicurezza, movimento, forma tangibile e visibile attraverso il nostro corpo. Suonare il corpo non è soltanto una delle forme ritmiche più antiche, ma anche un incredibile strumento per prendere confidenza con l’idea musicale, per rafforzarne la ritmica, per darle movimento. Nel momento in cui noi ci percuotiamo ritmicamente, il sistema propriocettivo manda dei feedback al cervello facendo sì che si rafforzi l’idea ritmica che abbiamo in testa, dandoci piacere nel caso in cui ciò che suoniamo corrisponda perfettamente all’idea in questione o, se non stiamo suonando in maniera corretta rispetto ad essa, permettendoci di correggere il tiro. Gli strumenti in questo percorso sono soltanto l’ultimo step in quanto mediatori sonori esterni a noi.

Partire dalla voce è molto importante in un percorso di educazione musicale, anche perché usare l’intelligenza linguistica nell’apprendimento del ritmo (come si fa in tante culture del mondo, si pensi ad esempio al Konnakol) è spesso molto più efficace che usare quella logico/matematica (l’approccio classico legato alla partitura e ai valori delle note).

In altre parole spesso cantare è più efficace che contare.

Le andrebbe di condividere con noi degli esempi video in cui troviamo la body-percussion insieme alla voce e darci il suo commento a riguardo?

Tra tutte le formazioni che si occupano di body music quella che ritengo più significativa a livello mondiale in quanto, a mio giudizio, ha saputo al meglio coniugare insieme voce e body percussion rielaborando in maniera eccelsa la tradizione musicale del proprio paese è quella dei Barbatuques, gruppo brasiliano fondato da Fernando Barba.

Questo video è relativo al live dell’ultimo loro lavoro “Ayù” e il brano si chiama Totem.

 

Il gruppo entra sul palco suonando una parte di bodypercussion e, dopo l’ingresso di un pattern ritmico vocale con una sola sillaba che imita una percussione, le parti diventano due, prima solo suonate, poi solo cantate (ad ogni parte del corpo è assegnata una sillaba) e poi suonate e cantate. Successivamente inizia anche la parte melodica/armonica del brano. La parte di basso cantata da una sola persona fa da base per singole note o gruppi di poche note cantate da singoli musicisti del gruppo che messe insieme formano la tessitura ritmica/armonica del brano. A tutto ciò si unisce la body percussion e poi entra la melodia. A tutto ciò si aggiunge il movimento. Ad un certo punto le voci iniziano ad imitare una sezione di fiati che fanno da contrappunto ad una voce che imita una tromba solista. Nell’ultimo break di questa parte, le voci tornano a cantare la parte ritmica suonata dal corpo. Alla fine si ritorna soltanto sulla parte cantata.

In questo brano oltre alla body percussion, le voci cantano melodie, creano armonia e contrappunto, cantano pattern ritmici suonati dal corpo, perfetta sintesi di ciò che io intendo per bodymusic.

Attualmente si occupa anche di drum circle, potrebbe dirci di cosa si tratta e in che modo può essere utile per chi canta?

Il Drum Circle è una coinvolgente attività in cui un gruppo di persone si trova insieme a suonare tamburi e percussioni. E’ accessibile a persone di ogni età e cultura e sta conoscendo sempre più espansione ed applicazione in ambito aziendale, sociale, terapeutico, clinico, ricreativo, formativo e pedagogico. Mentre ognuno ha la libertà di esprimere se stesso creando musica nel momento, il livello di musicalità ed empatia collettiva cresce gradualmente attraverso il sostegno del facilitatore, favorendo la formazione di una coscienza in cui è possibile sperimentare il potenziale individuale e la coesione di gruppo.

Il drum circle è un’attività ancestrale, il suonare e cantare in cerchio è qualcosa di antico e legato a tutte le culture del mondo, ognuna a suo modo. Da sempre nelle comunità di persone ci si ritrova in cerchio a cantare e suonare. Quello che vediamo nella realtà, persone che “semplicemente” suonano in cerchio, non è altro che la punta dell’iceberg perché la dimensione circolare e la ripetizione, sono elementi che ci aiutano a rimanere in contatto con noi stessi prima di tutto, ad esprimere e modulare emozioni e a creare relazioni non verbali con gli altri membri del cerchio.

Direi in tal senso che il drum circle è utile non solo a chi canta ma a chiunque. Facendo un paragone con il circlesinging la cosa più evidente è che si sta in cerchio e quello che cambia è il mediatore sonoro, il tamburo anziché la voce.

Il tamburo è uno strumento immediato da suonare ed inoltre è un mediatore sonoro esterno a noi. Queste due caratteristiche fanno sì che esprimersi attraverso di esso risulti spesso più facile che cantare in quanto lo strumento in qualche modo “protegge”, non siamo noi direttamente a produrre suono ma lo facciamo attraverso di esso. La voce è lo strumento più intimo di espressione e comunicazione e non è sempre facile e scontato che ci si riesca ad esprimere, soprattutto in certi contesti.

Nel drum circle le parti non sono assegnate dal facilitatore ma ognuno esplora suoni e ritmi sul tamburo con crescente attenzione a relazionarsi con ciò che suonano gli altri creando vere e proprie melodie poliritmiche (melodie?!? Ebbene sì, ogni tamburo ha una sua intonazione e quindi, ascoltando bene, quando aumenta il livello di coesione del cerchio, è possibile ascoltare tante melodie “cantate” dai tamburi); quindi un altro beneficio del drum circle (per cantanti e non) è che si lavora sulla propria percezione, sull’ascolto di se stessi e degli altri e si incrementa la propria consapevolezza ritmica. Spesso nel drum circle si utilizza anche la voce; il facilitatore può insegnare una melodia (improvvisata al momento o culturalmente specifica) in tempo reale al cerchio, assegnare semplici parti melodiche a varie sezioni di esso, creare canoni, e così via. Il tutto può essere accompagnato o meno da alcuni tamburi o percussioni.

Potrebbe consigliarci delle letture che sono stati importanti nella sua ricerca nella pedagogia musicale?

Tra le varie letture che hanno fatto la differenza nella mia formazione e che mi sento di consigliare ci sono queste:

Quali sono i suoi progetti futuri e quali sono i canali sui quali possiamo seguire le sue attività?

Quello che vorrei, è continuare ad approfondire i miei campi di lavoro (musica, didattica, facilitazione, musicoterapia), continuare a lavorare in Italia, in Europa e nel resto del mondo collaborando e condividendo passione, know-how ed esperienze con un sacco di bella gente così come ho fatto fino ad ora.

Canale YouTube: Stefano Baroni

Grazie ancora per questo prezioso spazio e ricordate:

AL GIOCO DELLA MUSICA VINCE CHI ARRIVA INSIEME!!!

Grazie di cuore a Stefano Baroni per aver condiviso la sua preziosa esperienza con noi!

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One comment

  1. manuela petri

    Ciò che mi ha colpito di più è come emerge umanità, ricerca e la passione di quest’uomo, e sono grata di aver potuto arrivare fino a questa intervista che mi ha aperto il cuore e risvegliato ricordi lontani legati all’ascolto alla danza, al teatro e all’uso essenziale e sorprendente del corpo come strumento, come spesso i bambini ci suggeriscono riportandoci al principio di libertà d’espressione

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