TULLIO VISIOLI: QUANDO LA PEDAGOGIA È MODELLABILE
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INTERVISTA A TULLIO VISIOLI

INTERVISTA A TULLIO VISIOLI

Oggi abbiamo l’onore di intervistare un nome che è una garanzia nella pedagogia musicale in Italia. Lui è Tullio Visioli.

Vanessa Candela:
Buongiorno, Tullio. Ti andrebbe di presentarti con parole tue e parlare delle tue bellissime attività ai lettori di theVoiceland?

Tullio Visioli:
«Un bel saluto in musica a tutti quanti!», come avviene quando inizio un’attività con un gruppo o una classe di bambini. Sì, iniziamo dai saluti che, immagino siano rivolti a una comunità di persone che lavorano con e nella voce e che, come me, sono incantati dalle possibilità dello strumento musicale più antico, affascinante e insostituibile del mondo. Le mie attività? Sono diverse all’apparenza ma, se osservate con lenti, per così dire… caleidoscopiche, sono variazioni ‘necessarie’ (per me e il mio modo di essere) sul tema della musica e della musicalità. Professionalmente parlando, sono compositore, flautista dolce, cantante e direttore di coro. Sono partito da una formazione di tipo tradizionale, ho avuto buoni maestri che, spesso, sono andato a cercare con molta cura e – in seguito ad alcuni incontri decisivi e alla mia curiosità personale – ho esteso le mie competenze al campo delle artiterapie e alla ricerca di percorsi innovativi (nel metodo e nelle ipotesi di lavoro) per l’insegnamento e l’apprendimento del canto, dello strumento e del linguaggio musicale (in particolare dell’armonia). Ora, abito a Roma, dove dirigo il Coro dei bambini della Scuola Popolare di Musica di Testaccio e insegno il flauto dolce ad allievi che vanno da sei… a oltre settant’anni. Sempre qui a Roma, dirigo un coro da camera, un coro integrato e – con un’equipe di specialisti – ho fondato nel 2015 Mani Bianche Roma, un’attività che, ispirandosi alle esperienze venezuelane del Sistema Abreu, integra musicalmente ‘cantando’ sordi e udenti. Parallelamente, mi occupo in maniera sempre più attiva di formazione, collaborando a Roma con l’Università Lumsa e l’Università di Roma 3 e – viaggiando per l’Italia – con scuole, istituzioni e realtà associative: il Miur, la Siem, la Feniarco, la Nuova Artec e il Master di Alta Formazione in Vocologia Artistica a Ravenna, dove dal 2016, mi è stato affidato l’insegnamento di Pedagogia della vocalità infantile. In tutto ciò, non ho mai interrotto la mia personale attività musicale di cantante o di flautista e il mio contatto con il mondo della scuola, coltivando costantemente la mia passione per la composizione musicale, soprattutto quella dedicata al settore bambini e ragazzi.

Vanessa Candela:
Come ti sei approcciato alla pedagogia? Com’è iniziato questo viaggio? E quali sono stati i tuoi ispiratori?

Tullio Visioli:
All’inizio dei miei studi, un po’ come tutti, sognavo di diventare un affermato concertista e, all’epoca, ero molto attratto dalla riscoperta della musica antica attraverso gli strumenti originali e il recupero di tecniche vocali desuete (come l’utilizzo della voce in falsetto). Poi, un bel giorno, (nel ’78) Piero Guarino, l’allora direttore del Conservatorio di Parma, presso il quale ero studente, incontrandomi nel corridoio del secondo piano mi disse: «Visioli, quello che lei fa con la musica è molto interessante ma, a mio parere, lei è portato per l’insegnamento e, per questo motivo, io l’ho iscritta personalmente al corso di Didattica della musica.» «Mah – gli risposi – non saprei, lei sa bene quanto mia piaccia l’idea di diventare un concertista e, sinceramente, non avevo mai pensato di dedicarmi all’insegnamento.» «Non si preoccupi e si fidi di me – mi rispose – lunedì, alle 15.30 le ho già fissato un appuntamento con il Professor Carlo Delfrati, in aula 9. Sono certo che per lei sarà un incontro fruttuoso!» Perciò, mi recai all’appuntamento iniziando, da subito, a frequentare il corso. Contemporaneamente, gli stessi docenti del corso mi offrirono la possibilità di svolgere una sorta di tirocinio nelle scuole frequentate dai loro figli o nipoti e, questa, fu per me un’occasione unica. Carlo Delfrati, fondatore della Siem (Società Italiana per l’Educazione Musicale), ha svolto un enorme lavoro per lo svecchiamento di un sistema d’insegnamento e di apprendimento che si affidava all’empirismo e a pratiche come il solfeggio parlato, introducendo la riflessione pedagogica in un mondo chiuso e ostinatamente legato al passato. Si potrebbero raccontare tante cose del suo operato – che comprende numerose e illuminanti pubblicazioni e testi per la scuola – ma, in sintesi, direi che ha introdotto nella didattica musicale italiana l’uso della ragione, il metodo, la riflessione e il senso critico, lì, dove dominavano l’arbitrio, i pregiudizi, un ingenuo egocentrismo e il culto della personalità. Questo incontro è stato fondamentale, come altri che si sono susseguiti nel mondo della scuola, del teatro, dello spettacolo e della scienza. Ho avuto diversi ispiratori e soprattutto persone che ho incontrato dal vivo, in maniera diretta. Con molti di loro ho lavorato a fianco a fianco e osservandoli, cercando di capire il loro modo di agire e di intervenire, ho appreso tantissimo, come qui a Roma, dove ho lavorato per quindici anni nella scuola dell’infanzia con Maria Letizia Volpicelli, insegnante di prim’ordine, attrice, artista e burattinaia di grande talento. Il suo rapporto con i bambini era qualcosa di magico: leggeva una fiaba variando i ritmi e il timbro delle voci in rapporto ai personaggi e i bambini (e anche i grandi come me) la ascoltavano estasiati e incantati. E, ogni anno, allestivamo un nuovo spettacolo insieme ai bambini, per il quale curavo con grande attenzione la parte musicale. Ho imparato tanto anche… quando non capivo, perché chi insegna, chi lavora con passione e serietà, arriva a trasmettere il suo sapere e la sua esperienza nel profondo e non sempre l’effetto si manifesta nell’immediato. Così, di tanto in tanto, mentre lavori, emerge da sé un gesto, un comportamento, una riflessione e ti ricordi da chi l’hai appreso e chi devi ringraziare. Poi, quando mi sono trasferito a Roma, nel ’90 ho avuto la fortuna di entrare a far parte della Scuola Popolare di Musica di Testaccio (dove tuttora insegno) e così, avvenne l’immersione in una vera e propria officina di idee, di processi di apprendimento e contagio positivi, ai quali non ci si poteva sottrarre, nemmeno volendo!

Vanessa Candela:
Dopo tutti questi anni di esperienza, quale visione hai adesso della pedagogia? Potresti parlarci di qual è quello che potremmo definire il tuo modello pedagogico?

Tullio Visioli:
Anzitutto il mio modello pedagogico è… modellabile, cioè è costantemente pronto a mettersi in discussione e a rivedere e perfezionare i propri principi e le proprie acquisizioni. La pedagogia è in sé l’arte suprema dell’educare e si manifesta soprattutto nella capacità di relazione tra un docente (o un maestro) e i suoi allievi. Da grande appassionato di filosofia classica direi che un insegnante di musica – come affermava Socrate trattando della maieutica – attiva in ogni singolo la musicalità personale, quella che è propria di tutti e non quella omologata delle selezioni e delle ammissioni a cori o orchestre istituzionali o – sintomo d’incredibile decadenza – di quei talent dove i bambini cantano repertori adulti scimmiottando (applauditi e osannati) il già patetico mondo adulto. In genere, la cultura italiana è priva di conoscenze pedagogiche diffuse, tant’è vero che, quando qualcuno afferma di insegnare la musica, gli si chiede sempre quale metodo o quali scuole stia seguendo, confondendo il metodo con la pedagogia o la filosofia dell’educazione. La pedagogia è di per sé autonoma, è svincolata dai metodi e dalle tecniche e presuppone una visione completa e profonda dell’umano e del soggetto con il quale si entra in relazione. E un corretto agire pedagogico implica una concezione ‘non convenzionale’ di cosa sia la ‘musicalità’ e una valutazione diversa su cosa siano dei risultati validi e soddisfacenti. Ogni essere umano è un mondo sonoro inimitabile, caratterizzato da una voce individuale altrettanto unica che, soprattutto nella fase iniziale, va lasciata vivere, esprimere e manifestarsi con la massima naturalezza possibile e, in quanto espressione personale, deve sentirsi accolta e ascoltata. Quante volte ho sentito definire come ‘stonati’, bambini che quasi non avevano aperto bocca, da chi non aveva la benché minima competenza per permettersi affermazioni del genere. Definireste ‘snuotato’ un bambino che frequenta per la prima volta una lezione di nuoto? Eppure nell’insegnamento musicale avviene anche di peggio e s’ignora la complessità dei processi che sono necessari per un impiego virtuoso ed espressivo della voce. Anche perché, per molti, l’idea di musica coincide con l’impiego degli strumenti musicali e, esattamente al contrario di ciò che accadeva nel mondo antico, si pensa alla voce, al canto e alla coralità come a un’espressione minore o secondaria della cultura e dell’agire musicali.

Vanessa Candela:
Che cosa cambieresti della pedagogia attuale nelle scuole?

Tullio Visioli:
Vorrei dire tutto, ma so perfettamente che non va bene. In tanti anni ho incontrato insegnanti validissimi e competenti, dai quali ho imparato in continuazione, soprattutto osservandoli da vicino e cercando di comprendere i motivi delle loro azioni e delle loro scelte. Per gli insegnanti capaci e motivati, l’ambiente italiano è spesso terreno di lotta contro l’ignoranza e una sorta di secolare resistenza costitutiva. La nostra terra di santi, eroi, poeti, navigatori (a ben vedere quasi tutte personalità individuali) non comprende bene la diffusione condivisa dei saperi e, ogni volta, si ha l’impressione di ricominciare da capo e con grande fatica. Il buon insegnante, è un eroe, qualcuno che dice e cerca di realizzare cose che appaiono insensate a una collettività o a gruppi d’individui spesso ostinatamente contrari. Da noi, ciò che altrove è la norma diventa comunemente teatro di epiche imprese e scontri tanto prevedibili quanto noiosamente ripetitivi. Le cause sono diverse e meriterebbero un’ampia trattazione. Una è davvero imperdonabile e riguarda la netta separazione tra i saperi puramente teorici e le conoscenze acquisite attraverso la pratica, la riflessione e l’esperienza. Di tutti gli ottimi insegnanti e educatori che ho incontrato, pochissimi hanno avuto il privilegio di essere chiamati a insegnare e a trasmettere la loro esperienza agli altri. L’attività pedagogica è un agire che oscilla tra l’arte e l’artigianato, che si nutre di dettagli e di esperienza e, come ogni attività di questo tipo, va trasmessa da maestro ad allievo. Invece, le Università o le Istituzioni deputate all’insegnamento impastano e sfornano perlopiù teorici che continuano a formare ulteriori teorici, didatti e pedagogisti che, quasi mai, hanno mai avuto a che fare con una classe o un gruppo di bambini. Affrontereste un’operazione delicata con un chirurgo privo d’esperienza e che ha fatto pratica solo sui libri? Penso proprio di no. Eppure, nell’educativo ci dimentichiamo spesso di tradurre l’esperienza di chi ha lavorato un’intera vita in un sapere condivisibile e concretamente fondato. Si lavora con passione e, una volta in pensione, ci si dilegua educatamente, senza lasciare tracce e, da eroi che si era, si diventa la vecchia maestra o l’anziano professore. Teneramente compatiti e mai più ascoltati. Ho parlato in generale e non mi sono riferito all’ambito musicale dove, forse un tempo, le cose erano ben diverse, perché nella musica – nonostante la tendenza generale all’immobilità della quale abbiamo parlato sopra – si conservava una pratica di trasmissione dei saperi viva e appassionata. Sto pensando ad alcuni maestri di canto, di strumento o di composizione che sapevano in maniera cosciente di trasmettere la loro passione vivente e i loro piccoli o grandi segreti agli allievi. Purtroppo da noi, il musicista si sente socialmente escluso dal sapere aristocratico dei teorici e allora, piano pianissimo, come in un crescendo rossiniano, nascono le incredibili e acclamate riforme dei Conservatori e quel poco che c’era ancora di buono scompare, con buona pace dei riformatori e delle loro buone intenzioni. Cosicché, come ho detto a un collega che insegna armonia e dirige cori in maniera eccellente: «Se prima un maestro ti trasmetteva il senso della musica, ora una decina (o più) di maestri ti aiutano a chiederti se la musica abbia mai avuto un senso!». È lo smarrimento totale e sembra, a una prima diagnosi, inarrestabile. E tutto questo non contraddice ciò che ho appreso da Carlo Delfrati che, denunciando un sistema di formazione prevalentemente irrazionale, si riferiva proprio a quel prevalere di energie che, resistenti a qualsiasi richiesta di autentico rinnovamento, sanno perpetuare il vuoto travestendosi da moderni riformatori e ispiratori.

Vanessa Candela:
Da esperto di voce cantata, cosa vorresti dire ai lettori di theVoiceland a proposito del canto in base alla tua esperienza personale?

Tullio Visioli:
Il mio interesse per il canto nasce con la mia passione per la musica rinascimentale e barocca. Quando avevo circa vent’anni, ero molto attratto dal canto in falsetto, ma soprattutto avevo compreso che per diventare un buon strumentista o un musicista completo occorreva approfondire l’esperienza della voce cantata, così da diventare, col tempo, la passione e lo studio, uno strumentista della voce e un cantante dello strumento. Come tutti sanno, la via del canto è un percorso difficile e tortuoso, una selva – come ho scritto tempo fa – colma d’insidie, imbonitori, sensitivi e falsi maestri che, a differenza di quanto avviene in altri campi, non sanno neppure di essere tali. Inoltre, il rapporto con un maestro di canto è qualcosa di molto delicato e personale e non può limitarsi puramente all’aspetto tecnico o stilistico, a causa degli inevitabili processi che si attivano e della relazione con il simbolo concreto della nostra identità più profonda: la voce. Dopo questa prima breve fase ‘in falsetto’, mi sono dedicato allo studio della voce in registro di tenore, incontrando maestri come il soprano Maurizia Barazzoni, all’epoca (prima metà degli anni ’80) acclamata interprete della vocalità barocca e in seguito il tenore Pietro Bottazzo, grande e affermato interprete rossiniano e di tutto il repertorio italiano associato al belcanto, nonché di Mozart, di Bizet e Massenet e, fatto non trascurabile di compositori moderni come Bussotti, Menotti o Rota. In seguito ho beneficiato delle lezioni e dei consigli di colleghi con i quali ho affrontato le mie prime esperienze di lavoro, come il tenore Angelo Giachini, eccellente cantore del Coro polifonico della Rai di Roma. Dai miei maestri, seguendo l’ordine nel quale li ho elencati, ho appreso la passione per l’indagine e lo studio delle fonti (l’ampia trattatistica dedicata alla voce e al canto), il senso dell’interpretazione musicale, dell’arte e del rigore stilistico, la coscienza delle sensazioni legate alla voce e al canto e l’analisi in tempo reale di ogni sensazione psico-fisica e acustica. A coronamento di questo percorso colloco il Master di Alta Formazione in Vocologia Artistica frequentato per un anno a Ravenna: un punto di convergenze tra arte e scienza, dove, come ho affermato più volte, grazie a un linguaggio comune e a maggiori criteri scientifici, l’esperienza personale diventa effettivamente comunicabile, confrontabile e universalmente condivisibile. Non ringrazierò mai abbastanza i docenti e i colleghi di studio che ho potuto incontrare, cominciando dal Dottor Franco Fussi e dalla Dottoressa Silvia Magnani, portatori di un sapere scientifico frutto di ricerche appassionate e costantemente ispirate da precise e coscienti istanze umanistiche.

Vorrei dire anche qualcosa ai cantanti o, meglio, a chi sceglie di studiare il canto e la voce per tutta… una vita. Anzitutto, quando intraprendete un percorso di studi, fidatevi sempre delle vostre sensazioni. Il nostro organismo psico-fisico (e, per me, anche spirituale) è talmente perfezionato che è sempre in grado di fornirci risposte e suggerimenti adeguati in merito a un percorso. L’atto del cantare deve essere piacevole, privo di forzature e lo studio costante ci deve condurre a produrre la voce in una modalità che definirei come ‘leggerezza efficace’, in modo che chi ci ascolta percepisca energia, duttilità, vigore, ricchezza di colori e quel non so che di prezioso (e affettuoso) che cattura da sé l’attenzione. Secoli d’esperienza hanno costruito magnifiche scuole di canto nelle quali i principi erano chiari e in pratica si apprendeva a ‘sforzarsi di non forzare’, perché si sviluppava artisticamente la naturale disposizione al canto della voce umana, rispettandone con cura le caratteristiche fisiologiche, indipendentemente dallo stile o dai repertori affrontati. Se uscite affaticati o afoni da una lezione di canto o da una prova con il vostro coro, tenete conto che questi sintomi sono spesso un campanello d’allarme che, alle prime avvisaglie, va certamente ascoltato e adeguatamente interpretato. In altri termini, non state cantando per il vostro maestro di canto, per il vostro direttore di coro, per il pubblico… ecc. ma, dovete aver presente che cantate anzitutto per voi stessi, per conoscervi e arrivare alla ‘forma’ di canto più salutare, efficace e meno dispersiva possibile. La seconda cosa che consiglio è di arrivare al massimo la nostra capacità di ascolto, di propriocezione, attivando e sviluppando tutte le facoltà che in nuce tutti possediamo. Ascoltando con attenzione una voce, un cantante, col tempo e con l’esercizio siamo perfettamente in grado di definire con sempre maggiore precisione le dinamiche dei fattori in gioco (timbro, risonatori, respiro, tensioni muscolari, atteggiamenti del vocal-tract, energia e controllo della stessa… ecc.), a tal punto che possiamo arrivare a sentire su noi stessi i fattori in gioco, come se partecipassimo in prima persona. È così che un grande della lirica, il tenore Carlo Bergonzi, all’inizio della sua carriera, modificò la propria tessitura vocale da baritono a tenore e intervenne sulla propria emissione, aprendo la strada a una carriera di successi sfolgoranti. Questo non significa che possiamo fare a meno dei maestri di canto, significa che se vogliamo beneficiare al massimo dei loro insegnamenti, occorre sviluppare con lo studio e la pazienza ogni facoltà a nostra disposizione.

Vanessa Candela:
Che cosa auguri per il futuro della pedagogia musicale in Italia?

Tullio Visioli:
Naturalmente, mi auguro il meglio e spero davvero che la musica verrà introdotta nelle scuole fin dalle primissime esperienze del bambino. I limiti della pedagogia li ho già espressi sopra e un altro fattore che va considerato è che il percorso degli studi musicali, della crescita della musicalità individuale e collettiva, segue, per così dire, una progressione matematica di tipo ‘non lineare’. Per fare un esempio concreto, riferito direttamente alla voce, è possibile che un bambino di tre o quattro anni canti e interpreti brani musicali molto più complessi di quelli che può affrontare un violinista a nove o dieci anni di età. Le competenze musicali (canto, abilità strumentali, capacità di ascolto e analisi…) non avanzano per gradi e in maniera sempre uniforme: si intrecciano in un sistema di molteplici relazioni e interazioni. Questo contraddice i metodi di canto e strumento e la maggior parte dei programmi ufficiali dei Conservatori dove si traccia una progressione dal facile al difficile, dalle poche alle tante note, dal lento al veloce. La didattica musicale non potrà più isolarsi in una comoda ‘guerra dei metodi’ e dovrà tener conto del contributo delle neuroscienze e della pedagogia sperimentale e avere il coraggio dell’innovazione. A tale proposito, ho formulato un piccolo documento, con le linee fondamentali per istituire un corso di formazione biennale dedicato alla pedagogia e alla didattica musicale. Se si introdurrà la musica nella scuola, a partire dalla primaria o, meglio ancora, dalla scuola dell’infanzia, sarà urgente formare dei docenti preparati e responsabili. In tutto ciò, inutile dirlo, il canto corale (inteso nella maniera più aperta possibile) sarà chiamato ad avere un ruolo fondamentale.

Vanessa Candela:
Quali sono i tuoi progetti futuri?

Tullio Visioli:
Una bella domanda! Nella mia mente e nei miei pensieri sonori si agitano diverse onde di possibilità. Oltre ad alcune composizioni che mi sono state commissionate per coro di voci bianche o coro giovanile, vorrei lavorare su un progetto di più ampio respiro sul senso profondo dell’esperienza musicale, per il quale comporre un’opera di senso compiuto che, concettualmente e praticamente, possa essere allargata al contributo di amici musicisti, studenti, bambini, insegnanti e formazioni corali e strumentali. Proporrò un tema al quale ciascuno di questi referenti sarà libero di portare un contributo. A breve, chi mi conosce, riceverà informazioni più dettagliate che, inseguito, diffonderò anche a chi non mi conosce e amerebbe partecipare. Sto anche lavorando a un testo di studio sul linguaggio musicale da destinare ai miei studenti universitari e a un seminario sull’armonia che parta da esperienze pratiche che mettano in rapporto lo scambio continuo tra scrittura e esecuzione e sviluppino una conoscenza più chiara e concreta di quella meravigliosa invenzione che è in sé l’armonia. Ho anche ripreso – oltre a dirigere qui a Roma un coro da camera, un coro di bambini e due cori integrati – a fare attività concertistica in prima persona costituendo con due amici il Trio Di Foglio (voci, flauti, chitarre, tastiere e kora), un gruppo di confluenza di esperienze sonore, vocali e di musica vissuta per il quale apriremo, in questa fase iniziale, un’apposita pagina Facebook.

Vanessa Candela:
Dove possiamo trovare notizie aggiornate sui tuoi prossimi eventi e a quali vorresti invitare i nostri lettori?

Tullio Visioli:
Sulle pagine del mio sito personale: www.tulliovisioli.it
Un cordiale saluto a tutti e un arrivederci nel segno luminoso della musica e del canto.

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