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CANTO E POESIA: INTERVISTA A GIACOMO PANICUCCI

-Oggi abbiamo il piacere di intervistare Giacomo Panicucci e parlare di un argomento molto affascinante a cavallo tra musica, canto e poesia. 

Con il tuo gruppo “Vento Dell’Altrove” avete vinto un importante riconoscimento ovvero il premio nazionale ”Canti Orfici in Musica per Dino Campana’’. Buongiorno Giacomo,  ti andrebbe intanto di presentarti al nostro pubblico e di introdurci in cosa consiste questo progetto?

Sono sempre stato affascinato dalla forza evocativa che può avere la musica, di ogni genere, su un testo letterario, sin da quando pubblicai nel 2009 il libro Suite di prose liriche (Genesi editore, Torino, 2009 – vincitore XXIII° premio Camaiore, sez. opera prima): silloge di racconti poetici che considero una grande sinfonia di parole, un grande affresco di immagini scritte. Dopo questo mio primo lavoro poetico, proteso insieme alla prosa e alla musica, magma incandescente di creatività giovanile, da cui in seguito sarebbe potuto scaturire un libro di versi, un romanzo o una serie di racconti, ha vinto in me l’esigenza di esprimersi attraverso una sintesi tra la musica e la parola. Adesso infatti, quasi tutto quello che scrivo, tende a trasformarsi in canzone.

Con il lavoro su Dino Campana, ”Canzoni Orfiche” (18 brani divisi in due dischi registrati al Poderino Recording Studio di Francesco Landucci), opera che segue il demo acustico registrato nel 2016 con Gabriele Cavallini e intitolato ”Il Vento dell’Altrove”, mi sono dedicato ad approfondire e interpretare la poetica di questo grandissimo poeta italiano. Tuttavia la canzone che conclude l’album, Ode all’Innocenza, è stata scritta da me ed è un anelito e un’invocazione alla bellezza, valore che può ”salvare il mondo”, ma che purtroppo, al contrario, finisce più spesso per essere vittima del male del mondo: infatti il brano si ricollega all’epigrafe che chiude i Canti Orfici: ”they were all torn & cover’d by the boy’s blood”; immagine che Campana riprende da Whitman per sintetizzare la tragedia della purezza, del ”puro poeta”, condannato a smarrirsi nella selva di un’età moderna che ha ucciso la Poesia.

-Com’è nata l’idea di musicare i versi di Dino Campana e quali sono state le difficoltà e le soluzioni che avete trovato per realizzare questo ambizioso progetto tra musica  e poesia?

Questa idea ci venne nel 2015 dal nostro amico Marco Formaioni, il quale stava organizzando la giornata della poesia dedicata al poeta di Marradi e invitò me e Gabriele Cavallini a partecipar con un’esibizione musicale, suggerendoci di provare a musicare i Canti Orfici. Rielaborare Dino Campana è stata una delle più grandi opportunità ed esperienze che io e Gabriele abbiamo vissuto insieme. Inizialmente però la mia reazione fu orientata allo scetticismo: pensare di entrare  nel mondo del poeta dei Canti Orfici mi entusiasmava e mi onorava, tuttavia non mi piaceva l’idea di musicare versi altrui: questo perché una poesia, quando nasce come tale, è già compiuta in sé: ha cioè una sua forma inalienabile e una sua arcana musicalità: può quindi rivelarsi un azzardo cercare di trasformarla in canzone (che è un’altra forma artistica), senza rischiare, in questo ”travasamento”, di deformarla e tradire la sua innata musicalità, giungendo addirittura nei casi peggiori a banalizzarla o a soffocarla del tutto. Poesia e musica sono due forme d’arte distinte, che però possono incontrarsi a metà strada nella sintesi della forma canzone e questo accade solo quando c’è giusta e naturale sinergia fra testo e musica. Come tutte le unioni, il connubio tra parola e musica è difficile e molto delicato. Pensavo quindi, inizialmente, di comporre basi musicali su cui recitare i versi di Campana, come accompagnamento: fare cioè quello che accade nei reading poetici (e in effetti ci sono due pezzi nell’album: ”Monte Filetto 25 settembre”, che è una pagina del diario di viaggio di Campana, e la prosa lirica ”Viaggio e Ritorno” che si possono considerare reading). Tutte le altre composizioni però si possono definire canzoni, nel senso che seguono la forma e gli schemi della ballata; nonostante spesso siano senza ritornello, proprio per seguire i versi della poesia originale. Non avevamo nessuna finalità precisa quando io e Gabriele ci mettemmo a musicare Campana, fu solo un piacere riscoprire le sue liriche e la loro trasformazione in canzone avvenne in maniera del tutto naturale: questa è stata la più bella sorpresa che abbiamo avuto. Campana infatti è un poeta estremamente proteso alla musica (non a caso chiama Canti Orfici la sua opera) ed è un poeta che, considerando anche l’irrequietezza che ha caratterizzato tutta la sua vita, sulla pagina scritta ci sta sempre molto stretto. Raccolsi tutto quello che trovai su questo grande autore (avevo letto soltanto i Canti Orfici quando avevo 17 anni rimanendo con l’impressione di aver trovato un fratello spirituale) e improvvisamente mi accorsi della sua immensa statura di puro Poeta (”irregolare” del Novecento direbbe un professore). La sua poesia è infatti una forte, violenta ricerca di assoluto e di bellezza, un ponte lanciato sull’infinito, sul mistero dell’esistenza, con la consapevolezza – direi dantesca – del percorso di sofferenza, umiliazione e sangue quale necessario sacrificio da pagare per raggiungere le stelle. La sua poetica e la sua vita, sono l’esempio di un desiderio continuo e mai appagato di bellezza, purezza e infinito: aneliti che cozzavano (e cozzerebbero tutt’oggi) con le avanguardie del periodo, come il futurismo di Marinetti, Papini e Soffici.

La poesia di Dino Campana per me è religiosa, perché è incanto di fronte al mondo e tende sempre al trascendentale: questo è evidente sin dal titolo della raccolta, ispirata al cantore Orfeo, il poeta-musicista, padre dei poeti e dei musici, uno sciamano: colui che riuscì a incantare anche gli dèi dell’Oltretomba con l’incanto della sua arte. Considero quindi, in definitiva, il nostro lavoro su Campana simile a quello degli illustratori: abbiamo dipinto con il suono i suoi versi, considerandoli un grande spartito da leggere ad alta voce, sottraendoli così anche alla mummificazione scolastica e testuale. Nel disco ci sono molti suoni registrati direttamente in natura (vento, pioggia, canti di uccelli, etc), questo perché l’orfica poesia di Dino Campana è in primo luogo culto dei misteri della Natura.

-In un mondo discografico sempre più anglofono, in che modo secondo te, la riscoperta della poesia italiana potrebbe essere di ispirazione per far riemergere delle nuove  proposte di cantautorato di spessore nel nostro paese?

Il cantautorato italiano deve riscoprire la poesia italiana perché esso stesso sarebbe una forma di espressione della poesia orale, cantata e musicata, che giunge fino a noi dalle albe del mondo, nascendo con il mito di Orfeo e sviluppandosi già con Omero e gli aèdi greci. Tralasciando l’enorme importanza storica ed artistica dei trovatori, i poeti-musicisti provenzali, non dimentichiamo che anche il nostro Dante è autore di almeno un testo di canzone, che le parti della Divina Commedia sono divise in ”cantiche” e che lo stesso Petrarca scrive il ”Canzoniere”. È quindi necessario che venga riscoperto il legame con i temi profondi, metafisici e vitali che animano l’oceanica tradizione poetica italiana, dal Medioevo al Novecento, altrimenti il ”cantautorato italiano” imploderà su se stesso, come sta avvenendo, trasformandosi in un baraccone mediatico di frivolo intrattenimento consumistico ”usa e getta”; oltretutto schiavo delle mode del mercato anglo-americano. La vera poesia (come del resto la musica in sé) è ricerca dell’assoluto, intensificazione emotiva che si fa linguaggio umano e spirituale di portata universale. In tutta la grande poesia avvertiamo sempre il palpito dei misteri della vita e della natura, il senso del tragico, la potenza del mito e del simbolo ed entriamo in contemplazione estetica e estatica del mondo:  nuclei fondamentali di cui, nella maggior parte delle canzoni d’autore italiane, spesso neanche avvertiamo gli echi.

La musica, d’altra parte, con il suo impeto dionisiaco, non può far altro che potenziare la parola del testo, far risplendere vivacemente come immagine sonora la visione sottesa ai versi. Musica e poesia sono dunque sorelle alleate, non estranee nemiche, e cercare di sintetizzarle (qui sta la vera difficoltà) in una nuova rimbaudiana ”alchima del verbo”, può (ri)portare a una forma di energia artistica che definirei magica.

-Da laureato in Lettere e Filosofia, quali sono i poeti italiani e le opere che consiglieresti di leggere a questi aspiranti cantautori?

Naturalmente Dino Campana in primis, ma soprattutto la Divina Commedia che è fonte inesauribile di universale saggezza e di ispirazione; poi tutti i poeti della cosiddetta Scapigliatura milanese e Giovanni Pascoli. Dal Novecento Sbarbaro, il primo Montale – quello degli Ossi di Seppia, Giuseppe Ungaretti, Salvatore Toma, Giuseppe Villaroèl e il mio caro amico e maestro Gianni Rescigno, poeta alla cui memoria è dedicata l’opera ”Canzoni Orfiche”.

-Dove è possibile venirvi ad ascoltare,seguirvi e acquistare il vostro lavoro?

Consiglio di seguire la pagina FB del gruppo: Vento dell’Altrove. Il disco ”Canzoni Orfiche (la poesia di Dino Campana)” è in vendita su iTunes e su tutte le altre principali piattaforme di vendita online. Per acquistare la copia fisica, 18 brani divisi in due CD, con le belle foto di Mauro Ghizzani e Paolo Cappellini, è necessario rivolgersi direttamente a noi del Vento dell’Altrove (io, Gabriele Cavallini, Mario Manetti, Elisa Pistolesi): ai concerti, oppure scrivendoci un messaggio privato sulla pagina FB, o inviando un’email all’indirizzo: ventodellaltrove@hotmail.com. 

Grazie per averci fatto viaggiare tra canto, musica e poesia!

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